31 marzo, 2011

I mondi virtuali sono tra noi

Da qualche tempo sono chiamato a parlare di mondi virtuali e piattaforme digitali in 3D come Second Life, IMVU, Frenzoo, ma anche World of Warcraft, The Sims e compagnia cantando. Lo faccio volentieri dato che ho dato vita da qualche mese ad un portale, Mondivirtuali.it, che è nato dall'esperienza accumulata in oltre due anni di chiacchiere, gioco e analisi riferita a quanto di interessante aveva saputo realizzare, dal 2007 in avanti, la comunità di utenti italiani presenti appunto in Second Life.

Visto che il mio lavoro quotidiano con 6 In Rete Consulting consiste nell'effettuare analisi (finanziarie e non solo) e visto che ormai dal 1998 scrivo per vari giornali e siti italiani (sono nel frattempo diventato anche giornalista pubblicista presso l'OdG di Napoli, mentre sempre dal 1998 sono un socio ordinario Aiaf, Associazione italiana analisti finanziari) ho sempre trovato interessante portare avanti questa esperienza di scrittura e condivisione delle mie analisi sul web (e non solo: da una collaborazione con la community Koinup.com è nata una rubrica, Graphic Dreams, in cui cerchiamo di segnalare gli artisti grafici emergenti, italiani e non, che utilizzano come editor per i propri lavori le piattaforme di realtà virtuale online).

A questa attività ho affiancato, su invito di alcuni amici e amiche, quella di relatore in occasione di una serie di eventi svoltisi tra Roma e Napoli nell'ultimo biennio. Così per a Roma Ars in Ara (nella prima edizione del giugno 2009 ma anche nella seconda del febbraio 2011) ho cercato dati e ho poi illustrato la mia view sul mercato dell'arte digitale nei mondi virtuali a partire proprio dal metaverso della Linden Lab, ad oggi il più sviluppato e frequentato al mondo (anche se non certo l'unico e non necessariamente quello che emergerà vincitore al termine della naturale maturazione tecnica ed economica del settore di questi anni).

A Napoli per Sentieri Digitali prima e VesuvioCamp poi ho invece cercato di chiarire come queste piattaforme possano essere un mezzo efficace per quelle aziende che vogliano sfruttare alcune caratteristiche "web2.0" per migliorare la propria comunicazione istituzionale e le relazioni sociali coi propri utenti attuali e potenziali. Molto resta da dire e valutare e pertanto vi invito a seguirci (oltre al sottoscritto collaborano a Mondivirtuali.it una nutrita schiera di appassionati e collaboratori più o meno occasionali o stabili) e a sottoporci nuovi temi da affrontare o vostri spunti e riflessioni, che potranno essere pubblicati sul portale (redatto in italiano e inglese, perchè quello dei mondi virtuali è un settore all'estero già più sviluppato che in Italia, tanto per cambiare...).

Se nel frattempo siete incuriositi e volete vedere che ho detto in questi anni riguardo l'argomento dei mondi virtuali, potete trovare copia dei materiali presentati nei diversi eventi su Slideshare su: http://www.slideshare.net/SLnnitaly. Buon divertimento!

05 dicembre, 2009

Chi di digitale terrestre ferisce, di Iptv perisce (forse)

Potenzialmente poteva essere interessante, una "scossa" al vecchio modo di fare (e di distribuire) la televisione, poteva tornare ad essere un'alternativa ad internet, ai social network (a proposito, auguri a Facebook, ormai oltre quota 350 milioni tanto che, come scrive Serena Poerio su MyMarketing.neg, se fosse una nazione sarebbe la quarta più grande al mondo), ai mondi virtuali come Second Life (che invece resta una sorta di "San Marino high-tech" coi suoi 750 mila utenti realmente attivi, di cui 22.000-25.000 italiani, tra cui tantissimi creativi).
Ma il digitale terrestre non solo nasce vecchio (avevate dubbi che potesse nascere "giovane" una tecnologia sponsorizzata da un establishment guidato da ultrasettantenni, il cui "business model" ha visto il periodo d'oro negli anni Ottanta del secolo scorso?), non solo sembra già destinato a essere anzitempo superato dall'Iptv che sfruttando internet promette tutto quello che il digitale terrestre non può mantenere, ma semplicemente ancora una volta "l'operazione switch off" di intere regioni (Sardegna, Campania e Lazio per ora... ma Piemonte e Lombardia dovrebbero essere digitalizzate entro la prossima primavera) è stata gestita "all'italiana" come ormai si usa dire all'estero e certo non con valenza positiva.

Prendiamo il caso della Campania, che conosco fin troppo bene visto che mi ci sono trasferito da 10 anni dopo 32 anni di vita tra il Piemonte e la Lombardia: qui semplicemente la risintonizzazione è un'operazione che viene prescritta prima e dopo ogni pasto come fosse un medicinale anti influenzale. Peraltro con esiti sorprendenti. In questi primi giorni siamo andati dal veder perfettamente tutti i canali possibili e immaginabili (lunedì, primo giorno di "digitale"), alla perdita "a senso alterno" dei canali Rai o di quelli Mediaset, alla visione solo dei canali "satellitari" (non solo RaiSat ma anche molte private da tempo ospitate su alcuni canali Sky), all'apparizione e sparizione più volte nell'arco della giornata di network come La7.
Nel frattempo Cielo (ossia la versione in chiaro in digitale terrestre di Sky) resta nel limbo per la volontà politica di non var entrare su questa piattaforma un concorrente che, col solo satellite, ha già superato come fatturato quanto costruito in decenni di lavoro da Mediaset e si appresta a staccare pure "mamma Rai".
In una parola: un guazzabuglia mai visto di cui non si sentiva minimamente il bisogno e che dà da lavorare soprattutto a due categorie, i comici e gli antennisti. Che bisogno ci fosse di questi "circenses" in un momento in cui, dati alla mano, un quarto (ma potrebbero salire a un terzo) delle famiglie italiane è in difficoltà a pagare il mutuo e il 28% arriva a stento a fine mese, in cui come dice il Censis nel suo rapporto annuale 2009, l'unico settore a non risentire della crisi è quello delle scommesse (39,3 i miliardi di euro "giocati" nei primi nove mesi dell'anno), resta un mistero difficile da decifrare.

In compenso, come sempre ci informa il Censis, accanto al persistente, sebbene in attenuazione, "digital divide" (accede a internet sia pure sporadicamente meno della metà della popolazione, solo il 48,7%) cresce un pericoloso "press divide" che vede restare estranei ai mezzi d'informazione su carta il 39,3% degli italiani, con evidente rischio di un condizionamento sempre più massiccio da parte di chi domina "mamma tv" (che ormai raggiunge il 97,8% della popolazione). Rischio che diventa in realtà una quasi certezza (e che probabilmente spiega il protrarsi di una stagione politica che avrebbe altrimenti da tempo finito di avere ogni ragione d'essere) se si considera che in Italia la "pluralità delle fonti d'informazione" resta una formula retorica quasi come gli "investimenti in qualità e contenuti": si "fidano" della televisione il 59,1% degli italiani con punte che raggiungono il 63,1% tra i soggetti meno istruiti e il 67,7% tra gli anziani (e gli italiani sono sempre più anziani, col peso degli ultrasessantenni che ormai ha superato quello degli underquindicenni).
A fronte di questi numeri, incontestabili e infatti incontestati, ci dovremmo ancora stupire che l'Italia arranca, che il "genio italico" deve emigrare all'estero se vuole tradurre qualche intuizione in progetti pratici, che Second Life e l'high-tech in generale (emblematico l'affondamento dei finanziamenti pubblici, 800 milioni, inizialmente promessi dal governo per far nascere una nuova rete nazionale a banda larga) restino temi e strumenti in mano a una "elite illuminata" (o che si illude di essere tale)? No, non ci stupiamo o almeno non mi stupisco più io e da un pezzo.

09 ottobre, 2009

Dieci anni passati in un lampo

Dieci anni fa questo giorno (9 ottobre) a quest'ora (18.30) chi vi scrive veniva unito in matrimonio a una persona conosciuta pochi mesi prima tramite internet di nome Nunzia. Siamo tuttora sposati, siamo mediamente felici (uso il "mediamente" per evitare di attiarmi l'ira degli dei, notoriamente invidiosi dell'umana felicità), abbiamo un figlio che è la vita nostra.

Professionalmente parlando dieci anni or sono ho compiuto l'azzardo più grande della mia vita (legato alla decisione di sposarmi) trasferendomi da Milano a Napoli, da Finanza & Futuro Fiduciaria (gruppo Deutsche Bank, che sarebbe in seguito divenuta parte di DWS Investment Italy SGR) a Borsaconsult Sim (ceduta dopo neppure un anno alla Banca Popolare di Bari) e poi mettendomi in proprio (col suddetto istituto barese non ci "intendemmo" reciprocamente e preferii seguire le mie aspirazioni piuttosto che le loro promesse di "carriera") con la nascita di 6 In Rete Consulting (6inrete.it).

Ora, fare il lavoro dell'analista finanziario (e prima del gestore patrimoniale) a Napoli e non a Milano ha i suoi indubbi svantaggi: inesistenza o quasi di un mercato locale di intermediari con cui confrontarsi (non considero ovviamente promotori finanziari e private bankers non perchè non siano persone degne o capaci ma perchè fanno un mestiere diverso dal mio), lontananza dai centri dove si effettuano presentazioni societarie (sostanzialmente solo più a Milano, con qualche rara eccezione a Roma), minor "polso" del mercato (che è sì telematico ma viene pur sempre svolto da persone che siedono ad un migliaio di chilometri di distanza quando non stanno a Londra o a New York). Per cui in questi anni anche se sono sempre stato in grado di trovare nuovi clienti e nuovi progetti per me e la mia società non posso certo dire che siano state rose e fiori, a momenti esaltanti sono seguiti passaggi a vuoto e periodi, anche se fortunatamente mai troppo prolungati.

La vera sorpresa è che nel corso degli anni la crisi sembra avere colpito molto più le grandi strutture di Milano (e persino alcune all'estero), tanto che non sono state poche le telefonate di amici ed ex colleghi che chiedevano se sì, insomma, magari, hai visto mai... sapessi io di qualche società che stesse cercando analisti o gestori a Napoli o Roma. Del resto che il settore finanziario italiano fosse uno stagnetto che si andava asciugando ebbi modo di dirlo a colleghi (e miei responsabili) come Massimo Cesareo, Giordano Beani, Massimo Fortuzzi o Carlo Mozzi, tutti nomi noti nel settore per le capacità dimostrate di produrre risultati per le proprie società e i propri clienti.

Così quando oggi ho chiamato Milano per fare due chiecchiere con una persona a me cara che non sentivo da un po' di tempo non mi è parso così strano fare la "conta dei caduti" per una buona mezzora, scoprendo che rispetto alla volta precedente la lista di chi "non è più tra noi" (solo in senso professionale, per fortuna) si è ulteriormente allungata, in molti casi indipendentemente dalla validità del singolo manager. Il che mi fa riflettere e pensare che, in fondo, decidendo di affrontare il mare aperto già dieci anni fa ho sicuramente peccato di presunzione e affrontato rischi eccessivi rispetto a quelli a cui sarei andato incontro rimanendo all'interno di strutture più forti. Ma in compenso mi sono risparmiato, probabilmente, una o più ulcere, molto stress di cui già iniziavo ad accusare antipatici sintomi (scomparsi dopo il trasferimento) e forse mi sono preparato al futuro meglio di tanti altri colleghi, anche se il futuro vuol dire fare un lavoro diverso da quello che amavo fare dieci anni fa (e che rifarei anche ora se solo qualcuno me lo proponesse).

All'epoca poco sapevo, se non in termini di bilanci e indici di redditività e solidità patrimoniale, di internet, di social network, di mondi virtuali. Oggi li uso per lavoro almeno 12 ore al giorno, sia per seguire i mercati finanziari di tutto il mondo sia per confrontarmi con persone tra le più disparate, dagli architetti agli ingegneri, dalle pr manager agli uffici stampa, dai giornalisti ai webmaster, fino ad artisti di vari campi. Oltre a fare analisi su mercati e strumenti finanziari, oltre ad aver insegnato per sei anni Economia e Organizzazione Aziendale alla facoltà di Ingegneria dell'Università Federico II di Napoli, ora so come realizzare contenuti per la carta stampata, per internet, per mondi virtuali e mi diverto non poco con progetti "a zero euro" (di costo ma anche di guadagno) come SLnn.it. Secondo un mio caro amico venuto a mancare da poco sono uno dei pochi esempi in cui "è il mercato che si è sbagliato, non tu", ma un'altra mia conoscente, sociologa, sostiene che semplicemente "essere fuori dal mercato può anche signifcare essere in un nuovo paradigma del pensiero che ancora deve essere accettato e legittimità dalla comunità". Insomma, starei vivendo qualcosa che gli altri scopriranno tra qualche tempo.

Chissà che non sia un vantaggio, per me e per i miei attuali e futuri clienti. Di certo 10 anni sono volati ed io mi me li sono goduti. E di questo debbo ringraziare pubblicamente prima di chiunque altro mia moglie e mio figlio. Senza di loro tutto questo avrebbe avuto molto meno senso e forse sarei tornato sui miei passi, perdendomi l'opportunità di "vivere nel futuro" e poterne trarre per tempo lezioni ed esperienze utili a me e a chi ha con me un rapporto professionale o personale.